I narratori: Arthur Miller

Nel 1948 Arthur Miller compì un viaggio nell’Italia meridionale insieme all’amico italoamericano Jim Longhi, originario di Lucera. L’esperienza del viaggio nel Gargano costituisce il nucleo autobiografico del racconto “Monte Sant’Angelo”, pubblicato per la prima volta nel 1951 su Harper’s Magazine e successivamente rielaborato per la raccolta I Don’t Need You Any More, pubblicata nel 1967. La relazione tra esperienza reale e invenzione letteraria è stata ricostruita anche attraverso le testimonianze dello stesso Longhi, raccolte molti anni dopo, che hanno consentito di mettere in rapporto i protagonisti del racconto con i due viaggiatori reali: Longhi con Appello e Miller con Bernstein.

Monte Sant’Angelo come spazio della ricerca di appartenenza Il racconto non si limita a registrare l’impressione suscitata da Monte Sant’Angelo, ma trasforma il viaggio in una riflessione sulla memoria e sul senso di appartenenza. Appello giunge nella città garganica alla ricerca delle proprie radici familiari e della tomba degli antenati, mentre Bernstein assume inizialmente nei suoi confronti un atteggiamento distaccato. La ricerca dell’amico finisce tuttavia per coinvolgere anche Bernstein, costringendolo a confrontarsi con la propria condizione di uomo privo di una memoria familiare percepita come pienamente condivisa.

La città e il paesaggio del santuario Monte Sant’Angelo appare nel racconto come una città aspra e isolata, sospesa tra il paesaggio roccioso del Gargano e la presenza monumentale del santuario. La descrizione del paese e delle sue strade non ha soltanto una funzione ambientale: l’asprezza del luogo accentua il senso di distanza dal mondo familiare e americano dei protagonisti. Il santuario e la città assumono così la funzione di uno spazio altro, nel quale la memoria individuale viene messa in rapporto con una storia molto più antica. La Biblioteca Comunale di Monte Sant’Angelo riassume efficacemente questa dimensione descrivendo il paese come un “nido d’aquila turrito”, immagine che sintetizza la percezione di isolamento e verticalità del luogo presente nel racconto.

La cripta e la ricerca degli antenati Uno dei momenti centrali della narrazione si svolge negli ambienti sotterranei del santuario. Appello vi entra alla ricerca della tomba dei propri antenati e affronta uno spazio oscuro, umido e segnato dal tempo. Bernstein osserva l’amico immerso nella cripta come se fosse contemporaneamente un monaco e un archeologo: la ricerca della tomba diventa così una ricerca concreta di un passato familiare che rischia di essere perduto. La discesa nello spazio sotterraneo assume progressivamente il valore simbolico di un’immersione nella memoria.

Bernstein e il problema dell’identità La vicenda di Appello produce un effetto speculare su Bernstein. L’amico possiede una storia familiare alla quale cerca di appartenere; Bernstein, invece, percepisce la propria identità come privata di un rapporto altrettanto solido con una tradizione collettiva. La ricerca dell’altro finisce così per diventare una ricerca di sé. Il racconto costruisce in questo modo una contrapposizione iniziale tra chi possiede una memoria da recuperare e chi sente di non averne una, per arrivare progressivamente alla scoperta che anche la propria identità può essere riattivata attraverso segni apparentemente marginali.

Mauro di Benedetto e il riconoscimento del passato La svolta narrativa avviene con l’incontro con Mauro di Benedetto, venditore ambulante di stoffe. Bernstein rimane colpito dal suo aspetto, dal modo di parlare e soprattutto dal gesto con cui l’uomo riavvolge e lega il proprio fagotto. In quel gesto riconosce un’abitudine familiare che associa al padre e al nonno. La sua reazione è immediata: “È esattamente il modo in cui faceva un fagotto mio padre… e mio nonno. Tutta la nostra storia è far fagotto e andar via”. Il gesto quotidiano diventa così per Bernstein una traccia di continuità storica e familiare.

Il Sabato e la memoria inconsapevole La convinzione di Bernstein si rafforza quando scopre che Mauro vuole rientrare a casa prima del tramonto del venerdì e porta con sé il pane per la famiglia. Bernstein interpreta questa consuetudine alla luce dello Shabbath, il sabato ebraico, che ha inizio al tramonto del venerdì. Mauro nega di essere ebreo e interpreta il proprio comportamento come una semplice consuetudine familiare, ma proprio questa inconsapevolezza rende il gesto ancora più significativo per Bernstein: nella continuità di un’abitudine trasmessa di generazione in generazione egli intravede la sopravvivenza di un passato che non è più coscientemente ricordato.

Una memoria che sopravvive ai suoi custodi Il significato della scena non consiste nella possibilità di dimostrare che Mauro di Benedetto sia realmente ebreo. Il racconto non fornisce una prova genealogica né storica di questa identità; costruisce invece una situazione narrativa nella quale Bernstein attribuisce ai gesti di un uomo una memoria che egli stesso ha perduto. Il passato sopravvive quindi non come conoscenza documentaria, ma come comportamento, gesto, abitudine e ritmo della vita quotidiana. In questo senso la memoria si presenta come una forma di continuità che può persistere anche quando la coscienza dell’origine è scomparsa.

Monte Sant’Angelo e la doppia ricerca delle radici A questo punto le vicende dei due amici convergono. Appello cerca materialmente le tombe degli antenati nella cripta; Bernstein, attraverso l’incontro con Mauro, scopre invece una possibilità inattesa di continuità con la propria storia. La ricerca genealogica dell’uno e la rivelazione simbolica dell’altro procedono parallelamente e finiscono per trasformare la visita a Monte Sant’Angelo in un’esperienza di riconoscimento. Il luogo non offre ai personaggi una semplice informazione sul passato: permette loro di confrontarsi con ciò che significa appartenere a una storia.

Il motivo dell’esilio e del viaggio Il motivo del fagotto condensato nella frase “Tutta la nostra storia è far fagotto e andar via” rappresenta uno dei nuclei simbolici più forti del racconto. Il gesto del partire, del raccogliere pochi oggetti e del lasciare un luogo diventa una sintesi dell’esperienza storica attribuita da Bernstein al popolo ebraico. Nel racconto di Miller questa immagine si sovrappone alla più generale esperienza dell’emigrazione e del viaggio, creando un ponte tra la vicenda personale del protagonista e una memoria collettiva di dispersione.

Il rapporto tra autobiografia e finzione Il carattere autobiografico di “Monte Sant’Angelo” non implica una trascrizione fedele dell’esperienza del 1948. La ricerca dei curatori dell’edizione italiana ha mostrato che il racconto prende avvio da un viaggio realmente compiuto da Miller e Longhi, ma rielabora persone, episodi e situazioni secondo una precisa costruzione narrativa. Lo stesso nome di Vincent “Jim” Longhi e le sue vicende italiane consentono di riconoscere il fondamento reale della figura di Appello, mentre Bernstein rappresenta una trasfigurazione letteraria dello stesso Miller e della sua identità ebraico-americana.

Il significato conclusivo del racconto Alla fine della vicenda Bernstein non riceve una prova oggettiva sulle proprie origini, ma sperimenta un cambiamento nel modo di percepire se stesso e il rapporto con gli altri. L’incontro con Mauro rende possibile l’emersione di una memoria che sembrava estranea e gli permette di accettare con maggiore serenità la ricerca dell’amico. La conclusione assume così il valore di una riconciliazione: non viene recuperato un passato nella sua interezza, ma viene riconosciuta la possibilità di appartenere a una storia anche quando quella storia non è completamente conoscibile.

Monte Sant’Angelo nella letteratura americana Il racconto di Miller occupa una posizione singolare nella rappresentazione letteraria di Monte Sant’Angelo. Il santuario, la cripta, la città arroccata e i suoi abitanti non sono soltanto elementi di un paesaggio italiano osservato da uno scrittore americano: diventano strumenti narrativi attraverso i quali vengono affrontati temi universali quali l’appartenenza, l’esilio, la memoria familiare e il bisogno umano di riconoscersi in una storia. La forza del racconto deriva proprio dalla sovrapposizione fra un luogo concreto del Gargano e una ricerca interiore che trascende la geografia del viaggio.

Bibliografia

Miller, A. (1951), “Monte Sant’Angelo”, Harper’s Magazine.

Miller, A. (1967), “Monte Sant’Angelo”, in I Don’t Need You Any More, New York, Viking Press.

Miller, A. (2019), Monte Sant’Angelo. Testo inglese a fronte. Ediz. bilingue, traduzione di M. Di Sabato e C. Siani, Manfredonia, Andrea Pacilli Editore, coll. “Green Cave. Quaderni”, 64 pp., ISBN 978-88-9376-075-1.

Grittani, D. (a cura di) (2000), Verso Sud. Diari, novelle e poesie sulla Capitanata dal Quattrocento ad oggi, Foggia, Claudio Grenzi Editore, ISBN 978-88-8431-034-7.

Di Sabato, M., & Siani, C. (2019), postfazione a A. Miller, Monte Sant’Angelo. Testo inglese a fronte. Ediz. bilingue, Manfredonia, Andrea Pacilli Editore.

Jacobson, I. (1976), “The Vestigial Jews on Monte Sant’Angelo”, Studies in Short Fiction, Fall 1976, pp. 507–512.

Longhi, J. (1997), Woody, Cisco & Me, New York. Il volume è particolarmente rilevante per il rapporto biografico tra Longhi e Miller e per la ricostruzione del loro viaggio.

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