Nel 1948, Arthur Miller, uno dei più grandi drammaturghi americani del Novecento, intraprese un viaggio in Italia meridionale, in un Mezzogiorno ancora segnato dalle ferite della Seconda guerra mondiale. Accompagnato dall’amico italo-americano Vincent Longhi, Miller visitò Monte Sant’Angelo. Da questa esperienza nacque il racconto “Monte Sant’Angelo”, pubblicato nel 1951 su Harper’s Magazine.
Il racconto è un’opera densa di introspezione e simbolismo, in cui Miller, sotto le spoglie del personaggio Bernstein, esplora il tema dell’identità ebraica e della memoria diasporica. Il viaggio nel Sud Italia diventa un pretesto per riflettere sulle proprie origini, sul senso di appartenenza e sulla ricerca di un passato che sembra sfuggire ma che, inaspettatamente, riaffiora nei gesti quotidiani e nei volti incontrati.
Monte Sant’Angelo, descritto come un “nido d’aquila turrito”, colpisce Miller per la sua asprezza e per l’atmosfera sospesa nel tempo. Il paesaggio, le persone, i silenzi e le pietre antiche del santuario evocano in lui ricordi familiari, racconti del padre, immagini di un’Europa perduta. L’amico Appello, alter ego di Longhi, è alla ricerca delle proprie radici italiane, e la sua determinazione a “appartenere a una storia” diventa il motore simbolico del racconto.
Uno dei momenti più intensi si svolge nella cripta del santuario, dove Appello cerca la tomba di un antenato. La scena è carica di suggestioni: il buio, le iscrizioni illeggibili, il silenzio rotto solo dallo stillicidio della grotta. Bernstein osserva l’amico come un monaco o un archeologo, immerso nella lunga oscurità dei tempi. È in questo contesto che Miller riflette sul proprio senso di sradicamento, sulla mancanza di una religione o di una storia personale condivisa.
Il racconto raggiunge il suo culmine simbolico con l’incontro tra Bernstein e un venditore ambulante, Mauro di Benedetto. L’uomo, con un cappello nero e un fagotto di stoffe, suscita in Bernstein un’immediata sensazione di familiarità. Quando lo vede legare il fagotto con un gesto preciso e rituale, Bernstein esclama: “È esattamente il modo in cui faceva un fagotto mio padre… e mio nonno. Tutta la nostra storia è far fagotto e andar via. Solo un ebreo sa legare un fagotto così!”
Questo gesto semplice diventa una rivelazione: l’identità ebraica, apparentemente dimenticata o nascosta, riaffiora nei dettagli più umili e quotidiani. Anche se l’uomo nega di essere ebreo, Bernstein riconosce in lui un’eredità silenziosa, una memoria che sopravvive nonostante l’oblio. Il racconto si chiude con una nota di riconciliazione: Bernstein si sente finalmente a proprio agio, come se avesse ritrovato un frammento della propria storia.
Miller, A. (1951). Monte Sant’Angelo. Harper’s Magazine. Trad. it. in Grittani, D. (a cura di), Verso Sud. Grenzi Editore, 2018. Traduzione di Cosma Siani e Mariantonietta Di Sabato.