“L’angelo nella caverna” in Il deserto e dopo, rappresenta un esempio paradigmatico della prosa di viaggio ungarettiana, dove l’esperienza geografica si trasforma in percorso interiore. Attraverso la visita alla Tomba di Rotari a Montesantangelo e al Santuario di San Michele Arcangelo, Ungaretti costruisce un itinerario che va oltre la descrizione paesaggistica per configurarsi come autentica quaestio esistenziale.
Il viaggio fisico diventa metafora del viaggio della scrittura, secondo quella che Cambon definisce “felicità ritmica” della prosa, capace di incarnare sempre “un’esperienza dell’io narrante”.
La Tomba di Rotari rivela la compresenza di elementi oppositivi: tomba e battistero, morte e rinascita. Il “colore interno d’un rosa secco” che “verso l’alto diventa d’una accalorata luce diffusa” rispecchia il movimento spirituale del visitatore. La dialettica inferno-paradiso emerge quando l’autore riferisce: “Si ha veramente l’impressione d’essere scesi in una profondità di tomba”, ma subito scopre che “alzando gli occhi in questo luogo di sogno, ecco un primo conforto: fra l’accidia e la lussuria, ecco la maternità, ecco la vita trionfante!”.
Il battesimo viene interpretato come sacramento rigeneratore: “Molto probabilmente questa tomba sarà anche un battistero. Non è il battesimo un sacramento dei morti alla grazia? E non li risuscita?
E sembra che ora possano essere sfidate tutte le pesanti leggi che tengono i nostri passi giù. Si è veramente morti alla materia, è veramente un nascere allo spirito. Non conta più il nostro peso a questo punto dell’aggirante salita. Conta una felicità ritmica, conta una divina precisione, è superato e oltrepassato l’inutile, conta la grazia.
Com’è pura in quest’aria di sogno, la giovine maternità.
Nell’atmosfera luminosa e numinosa di una giornata sul «nascere di primavera», il poeta giunge nel «paese del grano e delle greggi», Montesantangelo. Il testo è titolato Pasqua. San Michele del Gargano, il I° Aprile 1934. L’angelo nella caverna.
Luce e freschezza sono i due poli intorno a cui ruota il brano; in particolare la luce col suo segno, in un contesto pasquale, introduce la dialettica vita-morte-resurrezione.
La proiezione del viaggiatore si amplia alla Basilica, con l’evocazione del volo dell’Arcangelo:
Apparve in origine l’angelo all’uomo, dicono, impugnando una spada di sole che ci chiuse l’Eden. Gli angeli furono da allora le stelle, inaccessibili misure che guidavano i passi erranti nel deserto. (p. 304)
La discesa nella caverna rappresenta il momento culminante dell’esperienza spirituale. L’arte della “mirabile porta di bronzo” è giunta “a quella smemoratezza senile che annuncia la primitività”. Questa condizione costituisce un ritorno che consente leopardianamente di “Risillabare le parole ingenue”. L’Angelo si manifesta come “statua corazzata d’oro, attorniata da un tremolare di lucette di candele”, mentre bambini “giocherellano con la spada di latta”. La caverna diventa “luogo d’armenti, e d’angeli dunque: luogo d’apparizioni e d’oracoli”.
La riflessione sui “fantasmi della mente” introduce la dimensione memoriale: “Fantasma, dice un poeta, ed è l’immagine finita d’un tormento che può darsi sia eterno”. La conclusione suggella l’esperienza attraverso il “tono petrarchesco”: “Passa la nave mia colma d’oblio… E m’è rimasa nel pensier la luce”.
L’intero testo configura una “fenomenologia del sacro” ungarettiana, dove il viaggio diventa meditazione sulla condizione umana sospesa tra finitudine e infinito, tra memoria e oblio.
Bibliografia
- Ungaretti, G. (1934). Pasqua. San Michele del Gargano, il I° Aprile 1934. L’angelo nella caverna. In Il deserto e dopo (pp. 301-308).
- Cambon, G. (1976). La poesia di Ungaretti. Einaudi.
- Ossola, C. (1975). «In sogno e dal vero»: le prose. In Giuseppe Ungaretti (p. 439). Mursia.
- Petrarca, F. (XIV sec.). Passa la nave mia colma d’oblio. In Canzoniere.
- Petrarca, F. (XIV sec.). E m’è rimasa nel pensier la luce. In Canzoniere.
- Ungaretti, G. (1947). Risillabare le parole ingenue. In Nelle vene, da Il Dolore.