I narratori: Giuseppe Ungaretti

“L’angelo nella caverna”, scritto a Monte Sant’Angelo il 1° aprile 1934 e pubblicato nello stesso anno sulla Gazzetta del Popolo, appartiene alla sezione “Le Puglie” di Il deserto e dopo, volume di prose di viaggio e saggi pubblicato da Mondadori nel 1961. Il testo nasce dall’esperienza del viaggio di Ungaretti attraverso la Capitanata e assume progressivamente una forma che supera la semplice descrizione dei luoghi. Il paesaggio, i monumenti e il pellegrinaggio diventano occasioni per una riflessione sulla memoria, sulla condizione umana e sulla possibilità di trasformare l’esperienza sensibile in conoscenza e poesia.

Monte Sant’Angelo e il paesaggio della rinascita L’ingresso a Monte Sant’Angelo avviene attraverso un paesaggio dominato dal Tavoliere, dal grano e dalle greggi. La primavera e la Pasqua costituiscono il quadro simbolico nel quale il poeta interpreta la terra come spazio di rigenerazione. Fin dall’inizio della prosa la luce, il calore e la freschezza sono associati alla rinascita, mentre il paesaggio pugliese viene sottratto alla dimensione puramente descrittiva e trasformato in esperienza spirituale. Le immagini della terra “risorta” e della luce pasquale introducono così il motivo della resurrezione che ritornerà nella visita al monumento e al santuario.

La Tomba di Rotari: discesa e ascesa Il centro dell’esperienza è la visita alla cosiddetta Tomba di Rotari, il Battistero di San Giovanni in Tumba. Ungaretti ne percepisce immediatamente la singolarità architettonica e la forza suggestiva: l’interno, con il suo colore “d’un rosa secco” che verso l’alto si trasforma in una luce sempre più intensa, produce nel poeta l’impressione di essere disceso “in una profondità di tomba”. La discesa fisica nello spazio architettonico si trasforma tuttavia in un movimento contrario: lo sguardo risale verso l’alto e incontra la “maternità” e la “vita trionfante”. La struttura del monumento diventa così, nella percezione poetica, un itinerario dalla profondità oscura verso la luce.

Morte, battesimo e rinascita La riflessione si concentra quindi sulla possibile funzione battesimale dell’edificio: “Molto probabilmente questa tomba sarà anche un battistero”. Il battesimo viene interpretato da Ungaretti secondo una logica simbolica di morte e resurrezione: morire alla materia significa rinascere allo spirito. Il movimento ascensionale dell’architettura viene così tradotto in una metafora della liberazione dal peso e della conquista della grazia. È in questo punto che compare l’espressione “Conta una felicità ritmica, conta una divina precisione”, nella quale la percezione dello spazio, la spiritualità e il ritmo della parola si fondono.

La “felicità ritmica” della prosa La formula assume un particolare rilievo anche alla luce della riflessione critica di Glauco Cambon sulla prosa di viaggio di Ungaretti. Cambon sottolinea infatti che la prosa ungarettiana non si esaurisce nella descrizione o nell’esposizione logica, ma “incarna” l’esperienza dell’io narrante e ne segue il movimento interiore. Nel caso di Monte Sant’Angelo, la struttura stessa del racconto riproduce questo movimento: osservazione del paesaggio, ingresso nel monumento, discesa nella profondità, risalita dello sguardo, apparizione dell’angelo e infine riemersione nella memoria. La nozione di “felicità ritmica” deve dunque essere riferita anzitutto alla formulazione di Ungaretti e, sul piano critico, alla lettura di Cambon della particolare musicalità e tensione della sua prosa.

Dalla materia all’apparizione dell’angelo Uscito dalla Tomba di Rotari, il viaggio di Ungaretti si sposta verso il Santuario di San Michele. Qui il paesaggio e l’architettura vengono nuovamente trasfigurati attraverso una memoria mitica e religiosa. “Un giorno un’idea” — scrive il poeta — “e conteneva in sé fuse tante altre forme”, fino a identificarsi con San Michele Arcangelo e a posarsi sul monte. L’immagine del santuario permette a Ungaretti di ricostruire una genealogia simbolica dell’angelo: “Apparve in origine l’angelo all’uomo, dicono, impugnando una spada di sole che ci chiuse l’Eden”. L’angelo diviene quindi figura di separazione dall’Eden ma anche guida dell’uomo nel suo erramento.

L’angelo, la memoria e il mito Gli angeli vengono rappresentati come “stelle, inaccessibili misure che guidavano i passi erranti nel deserto”. L’immagine collega direttamente il santuario garganico alla più ampia esperienza umana del viaggio e dello smarrimento. Il deserto non è soltanto un luogo geografico: è una condizione dell’esistenza, uno spazio nel quale l’uomo cerca un orientamento attraverso segni che lo precedono e lo oltrepassano. Il viaggio verso San Michele diventa così un pellegrinaggio attraverso la memoria della civiltà e, al tempo stesso, attraverso la propria interiorità.

La “porta di bronzo” e il ritorno all’origine Di particolare rilievo è la riflessione sull’arte della porta di bronzo del santuario, che Ungaretti definisce giunta a una “smemoratezza senile che annuncia la primitività”. La formula mette in relazione vecchiaia e origine, perdita della memoria e possibilità di un nuovo inizio. L’esperienza dell’antico non coincide quindi con una semplice contemplazione archeologica: l’arte permette piuttosto di ritornare a una condizione originaria nella quale la parola può essere nuovamente pronunciata nella sua forma più elementare e autentica. È proprio in questa direzione che si comprende il richiamo a Nelle vene: “Risillabare le parole ingenue”. Il verso appartiene alla poesia Nelle vene, inclusa nella raccolta Il Dolore del 1947.

Arte, infanzia e primitività L’idea del ritorno all’origine attraversa l’intera prosa. Di fronte alle immagini del santuario, Ungaretti interpreta la “primitività” non come arretratezza, ma come capacità di recuperare una percezione originaria del mondo, precedente alla sedimentazione della memoria e delle convenzioni. Il monumento antico diventa perciò uno strumento di conoscenza: guardare l’arte significa ritrovare una forma primaria dello stupore e della parola. La lettura critica di Ossola ha messo in relazione questa “smemoratezza senile” con una condizione di “prima di memoria”, nella quale il ritorno all’origine rende possibile una nuova nascita della parola poetica.

L’angelo e i “fantasmi” della mente La riflessione successiva introduce esplicitamente il tema del fantasma. Ungaretti scrive che il fantasma è “l’immagine finita d’un tormento che può darsi sia eterno”, e da qui passa a interrogarsi sul rapporto fra arte, memoria e permanenza. L’uomo, attraverso l’opera poetica, tenta di sottrarre la propria esperienza alla precarietà dell’esistenza individuale. La poesia diventa così una forma di permanenza: ciò che appartiene a un luogo e a un’ora determinati può continuare a vivere oltre la vita di chi lo ha sperimentato.

Petrarca e la “memoria dell’oblio” La conclusione del viaggio avviene attraverso un esplicito richiamo a Petrarca. Ungaretti definisce la sera “ora di tono petrarchesco” e cita “Passa la nave mia colma d’oblio”, verso iniziale del sonetto 189 del Canzoniere. Subito dopo evoca “E m’è rimasa nel pensier la luce”, tratto dal sonetto 18. I due frammenti appartengono a momenti differenti del Canzoniere, ma vengono accostati da Ungaretti attraverso la comune relazione fra luce, memoria e oblio. La luce non è soltanto un elemento visivo: è ciò che rimane nella memoria quando l’esperienza è già trascorsa.

La prosa come pellegrinaggio della memoria Il viaggio a Monte Sant’Angelo si conclude così con una trasformazione progressiva del significato del paesaggio. La strada conduce al monumento; il monumento conduce alla riflessione; la riflessione conduce alla memoria; la memoria conduce alla poesia. La caverna, l’angelo, la luce, il fantasma e l’oblio costituiscono le immagini attraverso cui Ungaretti costruisce una vera e propria esperienza poetica del luogo. Il pellegrinaggio geografico diventa un pellegrinaggio nella memoria della civiltà e nell’interiorità dell’autore, secondo una dinamica nella quale discesa e ascesa, morte e rinascita, oblio e memoria si richiamano continuamente.

Una fenomenologia poetica del sacro “L’angelo nella caverna” può dunque essere letto come una delle prose più significative del viaggio ungarettiano in Puglia. Più che limitarsi a raccontare la visita alla Tomba di Rotari e al Santuario di San Michele, il testo trasforma il monumento in una figura dell’esperienza umana. La caverna diventa il luogo della discesa e della rinascita, l’angelo la figura dell’orientamento e dell’apparizione, la luce il segno della memoria e la parola il mezzo attraverso cui ciò che è passato può tornare a essere presente. In questa prospettiva, il viaggio non è semplicemente uno spostamento nello spazio, ma una ricerca dell’origine e della permanenza della poesia.

Bibliografia

Cambon, G. (1976), La poesia di Ungaretti, Torino, Einaudi, “Piccola Biblioteca Einaudi”, 265.

Montefoschi, P. (a cura di) (2000), Giuseppe Ungaretti, Vita d’un uomo. Viaggi e lezioni, Milano, Mondadori, “I Meridiani”. L’edizione comprende Il deserto e dopo e le Note e notizie sui testi delle prose di viaggio.

Ossola, C. (1975), “‘In sogno e dal vero’: le prose”, in Giuseppe Ungaretti, Milano, Mursia, p. 439.

Ungaretti, G. (1934), “Pasqua. San Michele del Gargano, il 1° aprile 1934. L’angelo nella caverna”, Gazzetta del Popolo, 1 aprile 1934; poi in Il deserto e dopo, Milano, Mondadori, 1961.

Ungaretti, G. (1947), Il dolore, Milano, Mondadori, poesia “Nelle vene”.

Petrarca, F., Canzoniere, sonetto XVIII, Quand’io son tutto volto in quella parte.

Petrarca, F., Canzoniere, sonetto CLXXXIX, Passa la nave mia colma d’oblio.

Paglia, L. (2020 ca.), “La Daunia di Ungaretti” / “Le Prose Daunie di Giuseppe Ungaretti”, per l’analisi delle prose pugliesi e delle loro fonti e riscritture.

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