Convento delle Clarisse e Chiesa della Santissima Trinità


La presenza delle Clarisse a Monte Sant’Angelo si inserisce nel più ampio processo di diffusione del francescanesimo femminile nel Mezzogiorno, avviatosi già nel XIII secolo e consolidatosi nei decenni successivi. La fondazione del monastero della Santissima Trinità è documentata al 17 agosto 1404, quando l’arcivescovo sipontino Niccolò II di Imola ne autorizzò l’istituzione grazie al decisivo sostegno economico del nobile Antonio Poldeo. Il complesso, destinato ad accogliere le donne dell’aristocrazia locale, sorse a ridosso delle mura della città medievale, nell’area dell’attuale rione Junno.

Evoluzione architettonica post-tridentina. La struttura originaria subì profonde trasformazioni nel XVII secolo. A partire dal 1630 iniziarono importanti lavori di riedificazione, dettati anche dalla necessità di adeguare gli spazi alla rigorosa ridefinizione della clausura imposta dal Concilio di Trento. La nuova chiesa, sostenuta economicamente anche dal barone Domitio Gambadoro, fu progettata per consentire l’accesso dei fedeli dall’esterno senza interferire con gli ambienti monastici, e fu consacrata il 31 agosto 1675 dal futuro papa Benedetto XIII. Nel corso del Settecento, il complesso fu ulteriormente arricchito con altari marmorei di pregio e con l’edificazione del campanile, completato nel 1770.

Le indagini archeologiche e il caso della “Badessa” Di eccezionale rilevanza scientifica è la cripta funeraria posta al di sotto della navata. Il progetto di scavo e studio avviato nel 2021 ha documentato un ambiente ipogeo articolato in quattro vani. Nelle camere sono state individuate circa venti deposizioni principali, ascrivibili perlopiù tra il XVII e il XVIII secolo: i corpi erano adagiati su tavole di abete bianco, vestiti con abiti monacali e accompagnati da oggetti devozionali come rosari, medagliette e crocifissi. Le indagini osteologiche hanno rivelato diffuse patologie osteoarticolari e, soprattutto, hanno smentito una radicata credenza locale: lo scheletro montato su supporto ligneo, tradizionalmente venerato come i resti della “Badessa”, appartiene in realtà a un individuo di sesso maschile.

Soppressione e rinascita culturale. Dopo oltre quattro secoli di vita, la comunità monastica fu sciolta e le suore disperse tra il 1887 e il 1888. Il complesso andò incontro a un lungo periodo di abbandono, aggravato dai danni strutturali causati dagli eventi sismici dei primi anni Ottanta. A seguito di importanti lavori di recupero, nel 1995 l’ex monastero è divenuto sede del Centro di Studi Micaelici e Garganici dell’Università di Bari, istituito per iniziativa dello storico Giorgio Otranto (a cui oggi il polo è intitolato). Attualmente la struttura ospita anche la Biblioteca Comunale “Ciro Angelillis”, configurandosi come un vitale centro di ricerca e conservazione della memoria cittadina.

La tradizione delle ostie chjéne. Alla storia delle Clarisse è associata la nascita delle ostie chjéne, il dolce più identitario di Monte Sant’Angelo, composto da un ripieno di mandorle tostate, miele e zucchero racchiuso tra due cialde. Sebbene la leggenda ne collochi l’invenzione casuale nel XVII secolo proprio nelle cucine del convento, tale narrazione appartiene esclusivamente al patrimonio della tradizione orale e gastronomica locale, non costituendo a oggi un fatto storico documentalmente provato.

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