Santa Maria Maggiore

La chiesa di Santa Maria Maggiore sorge nel cuore dell’antico polo religioso di Monte Sant’Angelo, a breve distanza dal santuario di San Michele, accanto ai resti della chiesa di San Pietro e al battistero di San Giovanni in Tumba, tradizionalmente noto come «Tomba di Rotari». Il complesso è uno dei principali nuclei religiosi della città e conserva una stratificazione che attraversa l’Alto Medioevo, l’età romanica e le trasformazioni dell’età moderna. Già il Liber de apparitione ricorda, presso la grotta, una chiesa dedicata a San Pietro con altari in onore della Vergine e di San Giovanni Battista, mentre la Vita del vescovo Lorenzo, redatta nell’XI secolo, parla di tre basiliche dedicate alla Vergine, al Battista e al principe degli Apostoli.

Origini e stratificazione del complesso La fondazione di Santa Maria Maggiore è tradizionalmente collegata all’arcivescovo Leone, che resse la sede sipontina dal 1023 al 1050. La chiesa sorse su un terreno roccioso in forte pendenza, già occupato dall’area cimiteriale di San Pietro: durante i restauri sono venute alla luce tredici tombe con monete databili tra l’VIII e il IX secolo. Tracce della costruzione dell’XI secolo sono state riconosciute nella base di un’abside rinvenuta sotto l’attuale presbiterio, nel soccorpo e in due lesene della controfacciata.

Negli ultimi decenni del XII secolo la montagna garganica visse una stagione di grande vitalità: nel 1177 Guglielmo II assegnò in dote alla sposa Giovanna d’Inghilterra l’Honor Montis Angeli, che da allora divenne un feudo delle regine. In questo contesto prese avvio una radicale ricostruzione della chiesa. Un’iscrizione murata nel timpano del portale ricorda che il 10 giugno 1198, regnando l’imperatrice Costanza con il figlio Federico, Benedetto II, sacerdote e prelato della chiesa, diede inizio alla nuova fabbrica in onore di Dio e della Vergine. Secondo l’opinione oggi prevalente, la data indica l’avvio della ricostruzione di un edificio preesistente e non necessariamente la realizzazione del portale oggi visibile, che appartiene a una fase più avanzata del cantiere. La nuova chiesa si colloca nel punto d’incontro tra il romanico di Capitanata e le prime esperienze dell’età sveva.

L’impianto basilicale e le coperture Santa Maria Maggiore è una stretta aula a tre navate, articolata in tre campate e scandita da pilastri cruciformi. La navata centrale, priva di finestre, conserva nella terza campata una cupola su pennacchi di età medievale, nel cui tamburo è riemerso durante i restauri un oculo chiuso da una transenna di gusto islamico; le prime due campate sono coperte da volte a botte lunettate, frutto di rifacimenti, e le navate laterali da volte a crociera e a vela. Il presbiterio di pianta trapezoidale, che sostituì le tre absidi originarie, risale al XVIII secolo, come la maggior parte delle coperture attuali.

La ricostruzione medievale abbassò il piano di calpestio, accentuando lo slancio dei pilastri, e prolungò l’aula verso valle fino al limite consentito dall’abside di San Pietro, definendo il rapporto tra i due edifici ancora oggi leggibile.

La facciata romanica e le losanghe La facciata, a due ordini come quelle delle cattedrali di Troia, Foggia e Termoli, è scandita nella parte inferiore da cinque arcate cieche su lesene, tra le quali si inseriscono losanghe con il fondo ornato da motivi floreali e a intreccio. Questi elementi, tra i più caratteristici del romanico di Capitanata, trovano stretti confronti a Santa Maria di Siponto e nell’abbazia di Santa Maria di Pulsano e rivelano anche ascendenze del mondo islamico fatimide. La parte superiore della facciata, di dimensioni ridotte, è percorsa da tre arcate cieche su colonnine con capitelli a crochet, riferibili alla fase più avanzata del cantiere.

Sull’ingresso laterale, nel fianco meridionale, è murato un rilievo con la Madonna con il Bambino, trasposizione in pietra di un’icona bizantina, proveniente dalla lunetta del portale della chiesa precedente.

Il portale e la committenza Al centro della facciata si apre il ricco portale tardoromanico, con protiro pensile poggiante su due grifi. Nella lunetta la Vergine in trono con il Bambino benedicente, secondo il modello bizantino dell’Odigitria, è affiancata da due angeli turiferari e dai simboli degli evangelisti; in basso sono raffigurate due piccole figure inginocchiate in atto di preghiera. La tradizione le identifica con l’imperatrice Costanza e con il sacerdote Benedetto ricordato nell’iscrizione; secondo un’altra lettura, proposta da Maria Stella Calò Mariani, accanto a Costanza sarebbe invece ritratto il figlio Federico ancora fanciullo.

Architrave, stipiti e capitelli sono ornati da girali che nascono dalle fauci di piccoli draghi, da tralci di foglie accartocciate e da protomi animali; su un capitello dello stipite destro compare un re seduto, forse un’immagine dell’Ascensione di Alessandro Magno. Il portale è uno dei più importanti episodi della scultura romanica della Capitanata; alcuni elementi, come i grifi mutili e gli stipiti privi di decorazione, fanno pensare a un suo rimaneggiamento in epoca successiva.

La scultura e i rapporti artistici con la Capitanata e l’Abruzzo L’apparato plastico rivela una fitta rete di relazioni. Le sculture del portale, le mensole del cornicione e gli elementi degli spioventi trovano confronti con Santa Maria e San Leonardo di Siponto, con San Clemente a Casauria in Abruzzo e con l’ex collegiata di Foggia. Gli studi hanno messo in evidenza la circolazione di modelli e maestranze tra Capitanata e Abruzzo tra XII e XIII secolo, forse mediata dal vicino monastero di Pulsano, entro una rete più ampia che comprendeva la Francia occidentale, la costa dalmata e le botteghe attive a Gerusalemme prima della caduta della città nel 1187.

All’interno, i capitelli dei pilastri, con uomini assaliti da rettili, teste che sputano racemi, draghi e foglie a crochet, rimandano invece ai cantieri dell’età di Federico II e trovano confronti nel soccorpo dell’ex collegiata di Foggia; nel presbiterio un capitello raffigura i mesi dell’anno. Secondo Calò Mariani vi lavorarono anche costruttori e carpentieri già impiegati dall’imperatore nel castello, che un registro degli anni Quaranta del Duecento ricorda residenti a Monte Sant’Angelo. Le sculture confermano che il cantiere si protrasse fino al terzo-quarto decennio del XIII secolo.

L’altare del 1225 e il completamento del cantiere La lunga durata dei lavori è documentata anche da un’iscrizione, oggi conservata nella sagrestia, che ricorda l’altare maggiore, andato disperso, fatto realizzare nel 1225 da Luca, canonico della chiesa garganica (Ego Lucas Garganicae Ecclesiae Canonicus hoc altare fieri feci). A quasi trent’anni dall’avvio del 1198, il cantiere era dunque impegnato nella realizzazione degli arredi e delle sculture interne: la data costituisce un punto fermo per la cronologia delle diverse fasi della chiesa.

I graffiti navali e la dimensione del pellegrinaggio Sulle superfici della chiesa, all’interno e all’esterno, sono incisi numerosi graffiti, già oggetto di una prima segnalazione alla fine degli anni Novanta. Lo studio di Domenico Luciano Moretti (2018) ha analizzato per la prima volta in modo sistematico quelli di soggetto navale, individuandone una concentrazione nei primi tre filari della parete esterna. Alcune imbarcazioni sono databili, per le loro caratteristiche, al XII secolo, quando la facciata doveva presentarsi in forme vicine a quelle attuali; tra esse si riconoscono galee medievali, con propulsione a remi e a vela e grandi remi laterali usati come timoni. I graffiti costituiscono una testimonianza eccezionale della cultura materiale e della presenza del mare nella storia di Monte Sant’Angelo.

I graffiti come testimonianza della devozione medievale Il significato originario delle incisioni non è documentato. Moretti propone di leggerle come ex voto lasciati da marinai e pellegrini che, sbarcati nel porto di Siponto, salivano al santuario di San Michele per proseguire forse verso la Terrasanta. L’ipotesi si inserisce nel quadro dei collegamenti marittimi dell’Adriatico e dei grandi itinerari devozionali medievali, ma il carattere votivo delle singole incisioni resta un’ipotesi interpretativa.

La decorazione pittorica medievale Durante i restauri, la rimozione dell’intonaco ha riportato alla luce sulle pareti e sui pilastri un’ampia decorazione pittorica, stesa in più strati tra il XIII e il XV secolo. Tra le immagini più antiche spiccano un monumentale San Michele in abiti di corte, nell’atto di trafiggere il drago, e un’Annunciazione, di tradizione bizantina e databili verso la fine del Duecento. Il ciclo comprende inoltre una Madonna con il Bambino in trono, santi vescovi, San Nicola, San Bartolomeo, San Leonardo, San Luca e due immagini di San Francesco, tra le più antiche della regione.

La presenza del santo di Assisi si lega alla tradizione di un suo pellegrinaggio al santuario, collocato di solito nel 1216: le fonti francescane più antiche non ne parlano e il primo racconto dell’episodio risale al tardo Trecento. Di particolare interesse è l’ex voto di un cavaliere templare, inginocchiato ai piedi di una torre, dipinto su un pilastro della navata centrale verso la fine del XIII secolo. Accanto a pittori fedeli alla tradizione bizantina operarono artisti di cultura ormai gotica, a testimonianza della varietà di linguaggi presenti nella Capitanata del tardo Medioevo.

Il complesso di San Pietro Santa Maria Maggiore va letta insieme ai resti di San Pietro e al battistero di San Giovanni in Tumba. La chiesa di San Pietro, trasformata all’inizio del Seicento dall’arcivescovo Domenico Ginnasio, fu demolita per ragioni statiche nel 1894: ne resta soprattutto il catino absidale scandito da undici nicchie. Il battistero, impropriamente noto come «Tomba di Rotari» per l’errata interpretazione di un’epigrafe, fu edificato nella forma attuale nei primi decenni del XII secolo per iniziativa di Pagano, originario di Parma, e di Rodelgrimo, nativo del Gargano, ricordati da un’iscrizione. I tre edifici formano un sistema monumentale unitario, segnato da trasformazioni, demolizioni e ricostruzioni, la cui frequentazione religiosa risale all’Alto Medioevo.

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