Il Santuario di San Michele Arcangelo

Il Santuario di San Michele Arcangelo, a Monte Sant’Angelo, fa parte dal 25 giugno 2011 del sito seriale UNESCO I Longobardi in Italia. Luoghi del potere (568-774 d.C.), che riunisce sette complessi monumentali tra i più significativi dell’età longobarda. È il più antico santuario dedicato all’Arcangelo nell’Europa occidentale e, per tutto il Medioevo, fu tra le mete di pellegrinaggio più frequentate della cristianità.

Origini e fonti. La tradizione colloca la nascita del culto alla fine del V secolo; le indagini archeologiche condotte nel 2010-2011 dall’Università di Bari hanno individuato, nell’area antistante la grotta, evidenze verosimilmente riferibili al V secolo. La fonte principale sulle origini è il Liber de apparitione Sancti Michaelis in Monte Gargano (noto anche come Apparitio, BHL 5948), testo agiografico latino anonimo. La sua datazione è discussa: alcuni studiosi vi riconoscono un nucleo più antico, ma la redazione giunta fino a noi è comunemente collocata in età longobarda, tra la seconda metà del VII e la metà dell’VIII secolo; i manoscritti più antichi risalgono alla fine dell’VIII o all’inizio del IX secolo.

Il Liber narra tre episodi. Nel primo un toro fuggito dalla mandria del ricco Gargano viene ritrovato all’imboccatura di una grotta; la freccia scagliata contro l’animale torna indietro e colpisce chi l’ha lanciata, e l’Arcangelo rivela al vescovo di Siponto che il luogo è sotto la sua custodia. Nel secondo Michele promette ai Sipontini la vittoria contro i «pagani» napoletani, ottenuta tra fulmini e tempesta: gli studiosi vi riconoscono l’eco degli scontri del VII secolo tra i Longobardi di Benevento e i Bizantini per il controllo del santuario. Nel terzo l’Arcangelo annuncia di aver consacrato egli stesso la grotta, che per questo sarà detta «Celeste Basilica».

Il Liber non indica date: gli anni 490, 492 e 493, così come l’identificazione del vescovo con san Lorenzo Maiorano, provengono dalla tradizione successiva, in particolare dalla Vita Laurentii dell’XI secolo. La devozione locale ricorda inoltre una quarta apparizione, avvenuta nel 1656 all’arcivescovo Alfonso Puccinelli durante un’epidemia di peste.

Il nome e la figura dell’Arcangelo. Il nome ebraico Mikha’el significa «Chi è come Dio?» (in latino Quis ut Deus?). Nella Bibbia Michele è «uno dei primi prìncipi» (Dn 10,13), il «gran principe» protettore del popolo (Dn 12,1), l’arcangelo (Gd 9) e il condottiero degli angeli nella battaglia contro il drago (Ap 12,7): da qui il titolo di princeps militiae caelestis, capo delle milizie celesti.

Il nome appartiene a un tipo onomastico semitico molto antico: nomi personali di struttura analoga, come Mi-ka-il («chi è come Il?»), furono letti da Giovanni Pettinato già nei testi di Ebla (XXIV-XXIII secolo a.C.). Si tratta però di nomi di persona, non di divinità, e i collegamenti diretti tra Ebla e la tradizione biblica proposti negli anni Settanta sono stati respinti dalla maggior parte degli specialisti.

I Longobardi e la diffusione del culto. La grotta divenne meta di pellegrinaggi sin dall’Alto Medioevo, come attestano circa duecento iscrizioni murali incise o graffite dai visitatori, alcune in caratteri runici. Dopo l’unione della diocesi di Siponto a quella di Benevento, nella seconda metà del VII secolo, il santuario divenne il santuario nazionale dei Longobardi: i duchi di Benevento, e poi anche i re di Pavia, ne finanziarono la monumentalizzazione e contribuirono a diffondere il culto micaelico in tutto il regno.

Il modello garganico è richiamato esplicitamente nella leggenda di fondazione di Mont-Saint-Michel in Normandia: secondo la Revelatio ecclesiae sancti Michaelis, redatta all’inizio del IX secolo, il vescovo Aubert di Avranches inviò nel 708-709 alcuni messi al Gargano per ottenerne reliquie. La Sacra di San Michele in Val di Susa, fondata tra il 983 e il 987, appartiene alla stessa tipologia di santuari micaelici d’altura; con il Gargano e Mont-Saint-Michel costituisce uno dei tre maggiori centri del culto dell’Arcangelo in Occidente.

Culto, natura e transumanza. Il culto dell’Arcangelo si intreccia con elementi legati all’acqua, come la «stilla» che gocciola dalla roccia della grotta e che i pellegrini ritenevano miracolosa, e con il mondo agro-pastorale. Le due feste principali hanno origini distinte. L’8 maggio ricorda l’Apparizione, e la storiografia longobarda vi collegò la vittoria di Grimoaldo sui Bizantini. Il 29 settembre, festa della Dedicazione, è attestato già nel V secolo a Roma per la basilica dell’Arcangelo sulla via Salaria e fu poi associato anche al Gargano.

Queste date scandivano l’anno della transumanza. Con l’istituzione della Regia Dogana della mena delle pecore (1447), le greggi scese dagli Abruzzi e dal Molise potevano entrare nei pascoli del Tavoliere solo dopo il 29 settembre e riprendere la via dei monti dall’8 maggio: l’anno doganale andava così da un San Michele all’altro.

La grotta e le fasi altomedievali. Il complesso è pluristratificato: fasi paleocristiane, bizantine, longobarde, romaniche, gotiche e moderne si sono sovrapposte alla grotta naturale. Secondo gli studi, questa era in origine formata da due cavità di diversa ampiezza separate da un setto roccioso: una più piccola, dove si venerava il sasso con le «impronte» dell’Arcangelo (l’attuale altare delle Impronte), e una più ampia e profonda, la basylica grandis del Liber, dove si raccoglieva l’acqua stillante. Alla grotta si accedeva da nord, attraverso il cosiddetto arco dei Santi Pietro e Paolo.

Tra l’età bizantina e quella longobarda (VI-VIII secolo) furono realizzati un ambiente a due navate, in ciascuna delle quali correva una scalinata, e una galleria porticata lunga circa 40 metri, la longa porticus ricordata dal Liber, destinata all’accoglienza dei pellegrini e oggi identificata con la galleria che ospita il museo lapidario. Dalla metà del VII all’VIII secolo i duchi longobardi promossero ulteriori grandi lavori: probabilmente all’epoca di Romualdo I, duca di Benevento (662-687), fu costruita una nuova scalinata che conduceva all’altare delle Impronte; in seguito il setto roccioso fu abbattuto, creando un unico grande ambiente, e fu realizzata una seconda scalinata monumentale a una quota più alta.

Dall’XI secolo all’età angioina. Tra l’XI e il XVII secolo il santuario conobbe grandi opere di ristrutturazione, che innalzarono il piano di calpestio e allargarono la grotta, nascondendo l’impianto originario. All’XI secolo si riferiscono la cattedra episcopale, legata alla figura del vescovo Leone, e le celebri porte di bronzo, eseguite a Costantinopoli nel 1076 per l’amalfitano Pantaleone della famiglia dei Mauroni, committente anche di porte bronzee per la cattedrale di Amalfi e per San Paolo fuori le Mura a Roma.

Nel 1271 Carlo I d’Angiò promosse interventi per migliorare le strade di accesso e l’accoglienza dei pellegrini. All’età angioina risalgono la ristrutturazione della scalinata di accesso alla grotta, lungo la quale si trovano sepolture monumentali e affreschi del Trecento, e la costruzione della grande navata di tre campate con volte a crociera, parallela all’imboccatura della grotta. Il campanile ottagonale, che richiama le torri di Castel del Monte, è datato da parte della critica al 1274 e attribuito al protomagister Giordano e al fratello Marando, ricordati da un’iscrizione; secondo altri studiosi i primi due livelli risalirebbero all’età di Federico II.

Nel 1395 fu realizzato il portale gotico d’accesso alla scalinata, oggi quello di destra della facciata, firmato sull’architrave da Simeone da Monte Sant’Angelo. Nella lunetta ogivale compaiono la Vergine in trono con il Bambino tra i santi Pietro e Paolo e, inginocchiata e in dimensioni ridotte, la committente, identificata con la regina Margherita di Durazzo, vedova di Carlo III e madre di re Ladislao. All’età moderna appartengono, tra l’altro, la statua marmorea dell’Arcangelo attribuita ad Andrea Sansovino (1507) e il prospetto d’ingresso del 1865.

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