


Le cripte longobarde
Le cripte longobarde costituiscono il nucleo archeologico primario del complesso santuariale micaelico, ritornate alla luce attraverso le campagne di scavo sistematiche promosse da Monsignor Nicola Quitadamo tra il 1949 e il 1960. La stratigrafia evidenzia l’abbandono definitivo di queste strutture nel XIII secolo, quando la riorganizzazione angioina comportò la realizzazione del nuovo assetto “in discesa” con conseguente obliterazione delle preesistenze sotto il piano di calpestio medievale.
L’impianto architettonico si articola in una galleria ipogea lunga circa 60 metri, suddivisa in otto campate rettangolari voltate a botte con arconi trasversali su pilastri aggettanti. La tipologia costruttiva evidenzia tecniche murarie tipicamente altomedievali e longobarde, mentre le appendici laterali fungono da celle mortuarie, rispettando il divieto cultuale di inumazione diretta nel locus angelicus.
Il corpus epigrafico (VII-IX secolo) comprende circa 200 iscrizioni con tecniche incisorie differenziate, documentando il notevole afflusso di pellegrini da tutta Europa lungo le antiche direttrici viarie. L’analisi onomastica rivela la compresenza di antroponimi germanici accanto a quelli di origine latino-greca. Di eccezionale valore sono le iscrizioni runiche, che rappresentano una delle più significative e antiche attestazioni epigrafiche di questo tipo rinvenute in Italia.
Il Museo Lapidario
Il Museo Lapidario, collocato proprio nei suggestivi ambienti della galleria longobarda, conserva preziosi manufatti scultorei provenienti da contesti archeologici stratificati del Santuario e da altri monumenti del territorio, tra cui l’ex chiesa di San Pietro, il Battistero di San Giovanni in Tumba e l’abbazia di Santa Maria di Pulsano.
Il materiale lapidario presenta una cronologia che spazia dall’VIII al XV secolo. Tra i reperti di spicco figurano elementi architettonico-decorativi di tradizione bizantino-longobarda (capitelli, frammenti di plutei, decorazioni a nastri intrecciati) e preziose testimonianze della scultura romanica pugliese, come la figura orante e la Madonna acefala (XI-XII secolo) provenienti dalla chiesa di San Pietro. Dall’abbazia cistercense di Pulsano giungono una base di cero pasquale e una monumentale fontana lustrale con iconografia biblica (XII secolo).
Assoluto capolavoro è il frammento dell’ambone realizzato dallo scultore e arcidiacono Acceptus (datato 1041) con aquila-leggio, paradigma fondamentale per la genesi della produzione artistica romanico-pugliese. Il percorso sotterraneo conserva anche antichi accessi, come le scalinate che un tempo regolamentavano i flussi dei pellegrini. Nelle adiacenze dell’altare “delle impronte”, che mantiene viva la tradizione delle vestigia angeliche, fu rinvenuto l’affresco dell’XI secolo detto del Custos Ecclesiae, oggi staccato e protetto all’interno del Museo Devozionale.
Il Museo Devozionale: fede, arte e memoria
Il Museo Devozionale, aperto originariamente nel 1989 e completamente riallestito nel 2008 in un percorso circolare, custodisce il Tesoro della Basilica: ex voto, paramenti liturgici, argenti, monete e suppellettili sacre, sopravvissuti in parte ai saccheggi francesi del 1799.
Tra i pezzi più preziosi spicca l’Icona in rame dorato, bizantino-longobarda, raffigurante l’Arcangelo Michele (anno 700-899). L’iscrizione dedicatoria sul suppedaneo nomina i committenti di origine franca Roberto e Balduino (XI secolo), facendone la prima immagine dell’Arcangelo attualmente presente nel Santuario. Altre opere di pregio includono reliquiari in cristallo di rocca e i paramenti dorati donati dai Savoia (la Basilica assunse infatti il titolo di Palatina fino al 1929).
Significativa è la presenza delle opere dei Sammecalére, una dinastia di abili artigiani e scultori locali del legno e della pietra morbida, la cui tradizione esclusiva si fa risalire a un privilegio concesso da Ferdinando I d’Aragona nel 1475. In questo spazio trova oggi collocazione definitiva anche l’affresco del Custos Ecclesiae (traslato dalle cripte longobarde), che raffigura un dignitario ecclesiastico, tradizionalmente identificato come “Leone episcopo”. Il Museo raccoglie così un patrimonio unico che racconta la storia del Santuario mescolando i doni di papi e imperatori alle semplici testimonianze di fede popolare e alle tavolette votive dipinte da artisti locali.
Bibliografia
- Belli D’Elia, P. (2003). Puglia romanica. Jaca Book.
- Bronzini, G. B. (1989). Sammecalére e pellegrini al santuario di San Michele sul Gargano. Lares, 55(1), 5–41.
- Campione, A., & Otranto, G. (2001). Il santuario micaelico del Gargano tra Bizantini e Longobardi. Vetera Christianorum, 38, 241–267.
- Carletti, C., & Otranto, G. (1990). Il santuario di S. Michele sul Gargano dal VI al IX secolo: Contributo alla storia della Langobardia meridionale. Edipuglia.
- D’Achille, A. M. (2001). Il Santuario di San Michele sul Gargano: L’architettura. In Il pellegrinaggio a San Michele. Edipuglia.
- Derolez, R., & Schwab, U. (1983). The Runic Inscriptions of Monte S. Angelo (Gargano). Academiae Analecta, 45, 95–130.
- Otranto, G. (1981). Il santuario di S. Michele sul Gargano nell’Alto Medioevo. Edipuglia.
- Piemontese, G. (1997). San Michele e il suo santuario: Via sacra Langobardorum. Bastogi Editrice Italiana.
- Quirino, A. (A cura di). (2008). Il Tesoro della Basilica di San Michele: Guida al Museo Devozionale e al Museo Lapidario. Claudio Grenzi Editore.
- Quitadamo, N. (1989). Il Santuario di San Michele sul Gargano e i suoi scavi storici. Edizioni del Santuario.